R. Schumann : 6 Studien in kanonischer Form op.56 trascritti da Debussy per due pianoforti

S. Rachmaninov : Suite n. 2 op. 17

C. Debussy : En blanc et noir per due pianoforti

 

Note di sala

Per molto tempo il pianoforte fu il veicolo privilegiato per la diffusione capillare della musica: le sinfonie, le ouverture, i divertimenti, le serenate, i trii, i quartetti, i melodrammi entravano nelle dita di pianisti (più o meno improvvisati) e le facevano correre e saltellare sui tasti. Tutti i grandi compositori di musica per pianoforte solo composero anche per pianoforte a quattro mani, creando una serie considerevole di opere di grande valore che da un certo momento in poi uscì dalla sua dimensione privata, facendo conoscere al concertismo il fenomeno dei duo pianistici professionali con attività concertistica sia a quattro mani che con due pianoforti.

Oggi festeggiamo il compleanno di Schumann, 211 anni! Nei primi mesi del 1845, Schumann esce da un brutto periodo e si dedica completamente allo studio dei canoni e della fuga, installa una pedaliera sul suo pianoforte, e per questo piano-pédalier compone i Sei studi in forma di canone, op. 56. Un canone musicale viene creato facendo cantare a due o più voci la stessa melodia con entrate sfalsate, creando armonie dalle sovrapposizioni (Fra’ Martino è un classico esempio infantile). Il primo Studio, Nicht zu schnell (Non troppo veloce), ha due voci, vicine ritmicamente (la seconda parte poco dopo la prima) ma distanti in altezza, con una linea di basso. Il secondo canone, Mit innigem Ausdruck (Con tenera espressione), ha anch’esso due voci, più distanti ritmicamente (la seconda parte una battuta dopo la prima) ma più vicine in altezza, creando una trama più vaporosa, le armonie sono più pulsanti ed è costruito sopra un’altra linea di basso. Gli altri studi spesso coinvolgono un breve pezzo di melodia suddiviso tra le voci in forma di domanda e risposta. L’Adagio finale è composto da tre canoni diversi, di cui quello centrale ricorda una fuga a quattro voci. Con la scomparsa del pianoforte a pedale, Debussy trascrive questi studi per due pianoforti. Lungi dall’essere esercizi accademici, possiamo considerarli brevi pezzi di carattere, quasi canzoni senza parole. Anche Rachmaninov non viene da un buon periodo quando compone la Suite n. 2 op. 17, un’opera imponente, audace e decisa fin dall’inizio. La vigorosa marcia di apertura precede un valzer scintillante. Qui e in tutta la suite, il compositore unisce le parti dei due pianoforti in modo che difficilmente possano essere distinte. Nel mezzo del valzer, troviamo una delle grandi melodie caratteristiche del compositore, matura e romantica, scandita da accordi su un morbido accompagnamento. Il terzo movimento Romance, trabocca di lirismo e fantasia. La suite termina con una Tarantella, danza italiana i cui folli balli erano un tempo ritenuti in grado di curare il morso della tarantola. Qui, ancora una volta, troviamo il compositore al suo apice, con un finale che richiede ad entrambi gli interpreti un grande virtuosismo. Oltre ai suoi numerosi arrangiamenti per duo pianistico, Debussy scrisse due delle sue opere per questa formazione cameristica: Lindaraj che è considerato un anticipo del suo capolavoro, En blanc et noir. Il primo movimento si apre con la sovrapposizione di elementi che fanno scaturire un’esuberante speranza, per poi trasformarsi in un motivo marcatamente marziale e nervoso. Le due idee si spingono l’una contro l’altra, diventando sempre più compatte, fondendosi, infine, in un grande accordo (Do maggiore). Il movimento centrale descrive un profondo senso di smarrimento con lunghe pause, accordi fermi e gravi, un tranquillo motivo a una sola voce e un rintocco nel registro acuto che ricorda il battito di un tamburo lontano. La sezione centrale di questo movimento, più espansiva e raffinata, cita liberamente il famoso corale luterano Ein feste Burg (Una possente fortezza) sopra armonie dissonanti e brontolii dei bassi. L’ultimo, dedicato a Stravinsky, raccoglie la varietà di motivi dei primi due movimenti, attingendo alle vaste potenzialità del pianoforte con una naturalezza musicale “in bianco e nero”. Alessandro Arnoldo